scribacchiate varie
Mastica e sputa
Da una parte il miele
Mastica e sputa
Dall'altra la cera
Mastica e sputa
prima che venga neve.
La voce calda di Fabrizio scandisce i miei pensieri e come al solito trovo nelle sue parole lo specchio per riflettere il mio presente.
E' davvero sorprendente il vincolo profondo che da sempre mi lega ad una persona che più non è e che non ho mai conosciuto "di persona".
Eppure, attraverso le parole delle sue canzoni, egli ancora mi parla, come una Guida preziosa lungo il cammino "per le strade del mondo".
E il ritornello torna insistente, fotografia della mia mente, istantanea sul presente e sul conflitto di coscienza che mi conduce ad opposte scelte, in direzioni diametralmente opposte: da una parte il miele e dall'altra la cera.
Da una parte il miele...
Il miele, il Cuore e la costante ricerca di amore da dare e da ricevere. Ideali di fratellanza universale che sono forse utopia, ma per i quali sono sempre stata pronta a pagare di persona - e lo sono ancora... lo sarò sempre, - anche se il Cuore talvolta mi inganna con l'amaro della sua sofferenza, con il peso di parole sferzanti che mi portano ad interrogarmi alla ricerca di colpe vere o presunte.
Eppure il miele non è sempre dolce poichè prende il sapore dai pollini dei fiori su cui hanno danzato le api, prima di trasformare miriadi di puntini colorati in nettare nutriente. E certi fiori hanno un gusto amaro, come il corbezzolo, il cui miele, prezioso per lenire raucedini e problemi respiratori ha solitamente un sapore non dolce.
Amaro come il gusto dell'amore non corrisposto e di ogni tentativo fallito di esprimerlo.
Il miele può essere amaro.
Il mio cuore è colmo di amarezza e continuo ad interrogarlo, alla ricerca di ragioni insondabili.
Da una parte il miele...
Ogni Cuore è diverso da un altro, così come i pollini dei fiori.
Spesso il Cuore è ostinato e non sente ragioni; non pensa, il cuore. Semplicemente, come le api, danza alla ricerca di ciò che l'istinto gli suggerisce di cercare: Amore!
Così la risposta mi viene dalle parole di un'altra canzone, di DeGregori questa volta: "e non c'è niente da capire". Non posso pretendere di comprendere le ragioni del polline di un altro fiore: è amaro, ma è prezioso nutrimento, sempre, comunque. Anche il mio polline è diverso, ma non meno giallo, non meno denso, non meno prezioso!
Posso analizzare il gusto del mio miele - e forse aggiungervi qualcosa per migliorarne il sapore al mio palato - ma non avrò mai il medesimo gusto del miele del mio vicino!
Se, dopo questo esame, non trovo difetti nella lavorazione, nè malattia nelle mie api, non posso far altro che accogliere questa diversità, con la consapevolezza che non a tutti piace il mio miele.
Dall'altra la cera...
La Ragione, senza la quale non potrebbe esistere il miele, perchè non c'è miele senza cera, non allo stato puro e primordiale dell'essenza. E la cera è utile quando diviene fiammella di luce, candela capace di rischiarare la buia notte dell'anima e ridare speranza a quel Cuore amareggiato e pesante che soffre perchè il suo miele non somiglia a quello del vicino. Il miele no, ma la cera si!
Ciò che rischiara si somiglia anche se ciò che nutre è diverso.
Mastica e sputa,
prima che metta neve...
Questa è dunque la chiave di volta dell'Armonia? Nel tempo presente, qui e ora, prima che metta neve, Lasciando al Cuore il suo sapore e alla Ragione il compito di rischiarare il buio dell'istinto. Asciugo le lacrime e mastico e sputo, il miele e la cera, cercando di tornare allo stato puro del prodotto delle api: il miele per nutrire e la cera per rischiarare.
Che grandi maestre di armonia sono le api!
Ascolto Fabrizio e nella mia mente la sconosciuta Nina continua a volare tra le corde dell'altalena, immagine di eterna fanciulla scolpita nel sempre. E so che da qualche parte il vento continua a giocare, alzando quella gonna bambina nel perpetuo presente di un singolo istante.
agli albori della linea del Tempo
Tu eri Dio di fuoco e fango.
Nut del cielo, matrice primordiale
Geb della terra, germoglio e seme.
Nessun conflitto, nessun dolore,
nel duplice spirito che plasmò la materia.
Poi venne il ferro e con esso la Morte
Fu perso il ricordo dell’Era d’Oro
Non so chi fu il primo a pugnare Guerra.
Sorelle dalle candide mammelle
serbate ancora memoria nel sangue
dei giorni atri della nostra caduta?
Volgemmo lo sguardo l’una contro l’altra
per conquistare un padrone,
che ci voleva schiave.
Nel fuoco bruciammo il retaggio
delle streghe figlie della terra.
Il nostro ventre fu terra da arare
oggetto di lussuria il nostro corpo,
catena stretta era il grembo materno
nella carne di figli violentati.
Lo spirito smarrito si confonde
per mutare la forma e la sostanza
Se ieri ho toccato il fondo dell’abisso
nel vuoto del mio dolore incompleto,
oggi leggera riemergo alla luce
e il cavallo ritorna nei miei sogni,
non più selvaggio ma mite e mansueto;
a passi lenti mi conduce al mare,
dove non crescono rami di mimosa.
Sole sei come spento,
in questo mare di cemento,
appari come soffocato, in questa grande città,
oppresso dalla “civiltà”.
E’ Marzo e mentre sui prati tu ridi giocondo,
ora baciando coi raggi d’oro un fiordaliso,
ora scherzando con una dolce margherita,
fai tornare la vita,
In città, tra il caos incessante
e il rumore assordante
dei motori, tu brilli
e fra il labirinto dei grattacieli sfavilli,
intersecando i tuoi raggi quasi per gioco,
splendi e scintilli ma solo per poco.
Mentre l’ultimo piccolo e fragile fiore,
che soffoca sopra un balcone,
ti guarda, o sole, e sorride
pur se sa che, fra poche ore,
sfiorirà fra mattone e mattone,
reclinando sullo stelo l’esil corolla
e sognando dei campi una piccola zolla.
Sole di città, sole malato,
su di te incombe come il fato
un nuvolone nero dietro a cui sparirai,
che porterà solo guai.
E’ una nuvola di temporale,
gonfia di pioggia e di male:
una nube che copre questa città
il cui nome è “CIVILTA’”
Ti incontrerò nella musica
oppure nel soffio del vento,
nel sorriso giallo d’aprile
o nel bianco del bucaneve
Ci abbracceremo nell’immenso,
figli unici del Dio che siamo.
Insieme saremo acqua e sale,
sorgente e ruscello che corre,
il fiato e il respiro del cielo,
radice e pietra nel profondo,
del fuoco scintilla e poi brace.
Già siamo, fuori dal tempo prigione,
ma vieni adesso incontro al mio giorno.
Coriandoli di melassa ed incenso,
appiccicosi,
densi,
come la voglia di avere qualcuno con cui scappare in capo al mondo,
per non vedere tutti quei fiori,
tutti quei cuori,
quelli veri e quelli di cartone,
e quelli presi in prestito per l’occasione,
rivestiti con uno smoking di parole di seta,
emozioni edulcorate di parole dovute.
Perchè tarda tanto quel qualcuno?
Quello che parla e scrive nella mia lingua segreta.
Sono stanca!
Stanca di essere filtro per emozioni che non mi appartengono.
Le indosso al mattino e sorrido,
e fingo quel che vogliono gli altri.
Recito a soggetto, ma indosso davvero questa pelle,
completa di carne, sangue e... sentimenti.
E quando cala il sipario sulla notte,
prima che il sogno accenda i riflettori,
tra le dita ritrovo, da smaltire,
la spazatura degli altrui scarti.
Ma...
Se è vero che i rifiuti creano
infiniti universi, brulicanti di vita,
allora anch’io,
ricca dei miei scarti e di quelli degli altri,
portati in grembo come figli
nutriti del latte dei miei pensieri,
amati - mio malgrado - come la mia stessa carne,
anch’io posso creare!
Mi vedo deforme, ma non è questo che sono.
Sono specchio dell’altrui bellezza
e la vedo cadere a pezzi, come la pelle dei lebbrosi;
la vedo staccarsi,
brandello dopo brandello,
dal sudario della mia anima,
troppo lontana per dettare la sua legge.
Eppure,
tutta quella spazzatura che la copre, non riesce a spegnerne il richiamo,
sempre più fioco e più solo,
ma sempre più vero!
Oggi voglio guardarmi allo specchio e vedere soltanto quella luce.
Voglio amarla come un amante, ignara dei miei conflitti,
fiore e spazzautura, nel chiaro e nell’ombra,
nel profondo dell’essenza.
Il mio corpo non entra nella taglia 42,
ma è perfetto
per sperimentare questo splendido inganno che chiamiamo vita.
E quella spazzatura di emozioni?
E quelle impronte di sentimento che permangono indelebili e ostinate?
E tutti quei pensieri di dubbio, sull’orlo di un abisso invisibile,
corsa suicida alla disperazione?
Oggi no... non voglio odiarmi.
Oggi mi abbraccio per come sono.
Oggi mi abbraccio con la mia tristezza in dono.
Oggi mi abbraccio perchè Io Sono!
Nato il 26 dicembre del 1958, Alain Le Beuze è professore di lettere a Brest. E' stato co-fondatore e co-animatore della rivista Poésie Bretagne nel 1983.
Lettore appassionato di Guillevic e di Jean Follain, ispirato dalla terra bretone, dal mare generoso che la lambisce e da tutta "la bellezza del giorno che sorge". E' anche sensibile all'arte pittorica e collaboratore di numerose riviste di poesia. Alla ricerca della parola perduta, la sua lingua privilegia la concisione, la scrittura dei silenzi che resistono. In questo senso, il lirismo di Alain Le Beuze è risolutamente moderno. Senza sfogarsi mai, egli scava la materia bruta, lo spazio denso di mistero in cu ci è dato di attraversare l'esistenza, la mescolanza di dolcezza e di dolore.
Ha pubblicato in particolare Les Racines du vent ("Le radici del vento") nel 1982, Suite des ténèbres ("Corteo delle tenebre") nel 1987, Impossibles lointains ("Impossibili lontani") nel 1986 per le Edizioni Folle Avoine.
Pluies
Le granit des abers
s'égosille dans les algues des pluies
Les chemins boudent
le sang des mers
et les oiseaux
vastes pinceaux mouvants
dépeignent sur les sables
des chevaux lainés de vent
Les talus et les arbres
poulinent leurs crinières
dans les abreuvoirs de la nuit
Il pleut sur mon pays
des arbres de couleurs
et des rayons d'oiseaux
dans le chaume des chemins
Les rideaux sanglotent la sueur
des jours clos
Il pleut sur mon pays
des forêts de sable
labourées par de dunes
et des prairies de cordages
où paissent les ancrages
et les années de pluie
(da Les racines du Vent, Folle Avoine, 1982)
Piogge
Il granito degli estuari profondi
si sfiata nelle alghe delle piogge
Le strade imbronciano
il sangue dei mari
e gli uccelli
grandi pennelli in movimento
dipingono sulle sabbie
cavalli lanosi di vento
Le coste e gli alberi
partoriscono le loro criniere
negli abbeveratoi della notte
Piovono sul mio paese
alberi di colori
e raggi d'uccelli
nella paglia delle strade
Le tende singhiozzano il sudore
dei giorni chiusi
Piovono sul mio paese
foreste di sabbia
lavorate dalle dune
e praterie di cordami
dove passano gli ormeggi
e gli anni di pioggia
(libera versione di Lunastella)
La Bretagna è terra d'elezione per Yvon Le Men e materia di eterna poesia. Ma nelle sue più recenti raccolte viene spogliata da qualsiasi folklore superficiale - essa si impone ormai nella sola grandezza che gli si confà: quella di un mondo che anima la declinazione lenta della terra e delle pietre, del mare e del vento. Lavoro della lentezza e del lutto, il verbo di Le Men domanda alla morte, la interroga ancora, la assedia, nel desiderio di estenuarla.
Con questo effetto, lo scrittore inaugura una poetica della parola minima, arte della brevità ed economia di mezzi che regge la privazione, l'ascesi, talvolta la rinuncia. Al di là dei frammenti quasi spodestati da se stessi e compresi nel rigore, ancora più in là quella scrupolosa attenzione ai soggetti della natura, alla vicinanza delle cose e degli esseri, alla loro fragilità, ad ogni finitudine invine, annegata nel rimpianto.
Così l'opera di Yvon Le Men, fino a ieri Chant manuel ("Canto manuale") eretto come uno stendardo bianco e nero all'assalto di un ordine sociale ingiusto e deleterio, diviene con la maturità una metafisica tranquilla e, semi-orripilata, semi-pacificata, una deliberazione esistenziale - adesso e nell'ora di ogni morte.
L'eccellente antologia Le Jeudi des tempêtes ("Il giovedì delle tempeste"), da poco pubblicato da Flammarion, permetterà di leggerne l'essenziale.
Ce matin-là
j'étais le premier homme
à t'annoncer le lever du soleil
à regarder tes yeux s'en éclairer
le premier à te dire
que tu es douce
que c'est trop peu
de le dire
que tu étais une chance pour la journée
que je préparais dans la cuisine
Elle nous serait longue
elle irait jusqu'à la rivière
jusqu'au bois
jusqu'à l'arbre et sa racine
Le premier à te dire que la vie est belle
que nous en sommes
Ce matin-là
était bien né de sa nuit
et nous étions les premiers
à qui il souriait
da Le jardin des tempêtes, Choix de poèmes 1971-1996, Flammarion, 2000
Quel mattino
ero il primo uomo
che ti annunciava il sorger del sole
guardando i tuoi occhi accendersene
il primo a dirti
che sei dolce
che dirlo
è troppo poco
che eri la fortuna della giornata
che preparavo in cucina
Era lunga per noi
Andava fino al fiume
fino al bosco
fino all'albero e alle radici
Il primo a dirti che la vita è bella
qualunque cosa siamo
Quel mattino
era nato dalla sua notte
e noi eravamo i primi
a cui sorrideva
(libera versione di Lunastella)
Jean-Michel Maulpoix è nato l'undici novembre del 1952. Professore di letteratura, rinnova a modo suo il lirismo inserendolo risolutamente nella fragilità commovente dell'istante. Ancora scandalizzato dal tenace piccolo furgone nero della morte che già si dirige verso di noi, Maulpoix dice di avere "imparato a morire nello sguardo delle donne, a invecchiare sul loro volto liscio, a percorrere nella loro freschezza le proprie rughe". Perchè "si sa che uno scrittore non è un sognatore, piuttosto un uomo che osserva in se stesso il calare della sera".
"Una domenica pomeriggio nella testa", tale potrebbe essere la definizione della scrittura secondo Maulpoix. Un uomo che si è apparentemente assentato dal mondo, che non lascia più la sua camera tapezzata di libri e l'inchiostro cola nero sul foglio posato sotto alla finestra a strapiombo sul mare. In lontananza, muore una vecchia , oppure un giovanotto "sotto alle lamiere irrorate di benzina", altrove si staccano i manifesti, e sempre naviga tra gli occhi ed il cuore il ricordo evanescente del corpo bianco di una ragazza amata.
Jean-Michel Maulpoix ha trascorso molte vacanze nel Finistère-Nord, a Portsall. La sua Histoire de bleu ("Storia di blù") proviene proprio da là, da quel rumore d'onde che non si ferma mai, da quello spettacolo che non avrà mai fine.
La mer en nous essaie des phrases
Depuis del lustres, la même voix épelle le même alphabet dans le même cerveau d’enfant. Elle balbutie des mots vite envolés, accrochés aux herbes des plages, à la peau brunie des baigneurs, à la proue des barques, aux mâtures. Des mots quelconques, pour rien et pour quiconque. Il n’y est question que de l’amour. C’est pourquoi nous ne savons trop que dire et souffrons que le regard d’autrui s’attarde sur notre visage quand nous voudrions qu’il se pose à même notre cœur. Nos lèvres sont si maladroites, notre corps invisible dans la nuit opaque, et nos mains malhabiles, des éclairs ou des ailes pourtant au bout de doigts.
da Histoire de bleu, Mercure de France, 1992
Il mare in noi prova qualche frase
Da molti lustri, la medesima voce scandisce il medesimo alfabeto nel medesimo cervello infantile. Balbetta parole velocemente rubate, agganciate alle erbe delle spiagge, alla pelle bruna dei bagnanti, alla prua delle barche, alle loro vele. Parole qualsiasi, per niente e per chiunque. Non si tratta che di amore. E' per questo che non sappiamo cosa dire e ci infastidisce che lo sguardo altrui si attardi sul nostro volto quando vorremmo che si posasse nello stesso modo sul nostro cuore. Le nostre labbra sono così maldestre, il nostro corpo invisibile nella notte opaca, e le nostre mani disabili sono lampi oppure ali che conducono alla punta delle dita.
(libera versione di Lunastella)
Amo Hervé Carn per la sua parte lacerata, per la sua scrittura triste, per l'eleganza discreta che la riveste. Sa raccontare come nessun altro il mondo inclinato, le cose e gli esseri sospesi, la felicità avvizzita o mancante. Oppure un sorriso abbozzato, ma sempre pallido, incerto. Sulla via bianca che conduce al cimitero, il corteo avanza lentamente, è il nero che si sposta a passo di lupo, a passo di tomba. Non c'è più niente ne nessuno sotto a quella pietra, il viso familiare già si confonde. Allora si va ancora tra le parole, maldestramente si inciampa, si esita, si è rapiti. Chi saprà la fine di quella storia? Ci è certamente stato dato uno scopo, ma da chi e perchè? Rimangono soltanto la bellezza ardente dei paesaggi, le rive cosparse di ciottoli come antichi ossari, il silenzio dietro di se dopo la fuga della morte.
Hervé Carn è nato nel 1949 da genitori del Finistère. Ha conosciuto Georges Perros, quando era un giovane professore, ha passeggiato con lui sulle sabbie di Saint-Nic. Oggi insegna a Dinan ed ha fondato le Edizioni Hotel Continental a Plancoël.
Ha scritto anche Plages de Bretagne (Spiagge di Bretagna), un libro raro, assai poco conosciuto e molto prezioso.
Nato il 27 aprile 1948 a Saint-Philbert-de-Grand-Lieu (Loira Atlantica), Gilles Baudry è un monaco dell'abbazia di Landévennec. Da essa trae una poesia illuminata di serenità. Ogni parola è contata, posata, come se fosse soprattutto il silenzio quello che lo scrittore ricerca, tracce molto leggere di presenze nel vento della sera che vanno lentamente alla deriva in fondo alla rada.
Baudry si colloca nella continuità della scuola poetica di Rochefort-sur-Loire. Evitando ogni tipo di sdolcinatezza, scrive così come celebra. Il mondo è un giardino. che il linguaggio contempla, circonda, avvicina da lontano, afferra delicatamente. Pudore, ritegno, mai nulla di impetuoso. Ma alla sorgente viva di questa ispirazione risiede indubbiamente l'idea di essere un intermediario. Il poeta è sempre l'uomo entusiasmato; un carbone ardente lo colpisce, il verbo divino lo attraversa, desidera dirsi, cerca di perforare i muri opachi delle indifferenze sorde. Gilles Baudry è questo passatore di parole, questo intercessore tra noi.
Ha scritto, tra le altre, Il a neigé tant de silence ("Ha nevicato tanto silenzio") per le Edizioni Rougerie, nel 1984, Jusqu'où meurt un point d'orgue ("Fin dove muore un punto d'organo), per le Edizioni Rougerie, nel 1987, Invisible ordinaire ("Invisibile ordinario"), per le Edizioni Rougerie, nel 1995.
Serment
Devant l'aube graduelle
qui préface le monde
et le silence étale
autour de nos épaules
devant les veines bleues
des vitres sous le gel
l'éclosion des fenêtres
et des neiges futures
devant l'aire qui flambe
et l'ombre fraternelle
devant l'immense baie
et l'arbre foudroyé
devant la Croix du Sud
et la nuit sanctifiée
Je le jure:
La beauté seule est innocente.
da "Jusqu'où meurt un point d'orgue, Rougerie, 1987
GIURAMENTO
Davanti a quest'alba,
che prelude al mondo
nel silenzio ch'è scialle
attorno alle spalle
Davanti alle vene blù
dei vetri sotto al gelo
e alle finestre in fiore
e alle nevi future
nell'aria che infiamma
e sotto all'ombra amica
Di fronte alla baia infinita,
ed all'albero folgorato
Alla Croce del Sud
e alla notte eletta
Io lo giuro:
Soltanto la bellezza è innocente.
(libera versione di Lunastella)
Innanzitutto ci sono quei magnifici titoli - Mémories de basse (Mémorie di bassofondo), Les Faims premières (le Brame primordiali), Poèmes d'octobre (Poesie d'ottobre), Paysage aux neuf corbeaux (Paesaggio dai nove corvi) per le edizioni Calligrammes, Manières noires (Maniere nere) per le edizioni Apogée - e già si indovina tutto, il dolore e la collera mescolate insieme, la scrittura come scalpello a fior di pelle, a fior di rabbia. La neve delle notti gelate sul camino. Non tornerà il tempo blù in cui eravamo senza affanni. Sempre, il greto è grigio sotto alla coltre rasa delle nuvole. Tu sai che questo aspetto della vita non mi incanta più. Il mare s'infrange sull'appiombo della cala e il suo furore non porta buoni consigli. Si dice anche che i giorni cadono come foglie, come capelli, come unghie, come morti. Tutto è indubbiamente caparbio nei miei ricordi, dal versante dell'inverno. Non avrò il tempo, senza dubbio. Chissà dove saremo? Opera grave, opera grande. E' allora utile, per fini biografici, aggiungere che Marc Le Gros vive a Quimpèr, dove fa il professore di lettere. Che è nato nel luglio del 1947 a Térénez (Finistèere). Che ha ricevuto il Grand Prix degli scrittori bretoni per Eloge de la palourde (Elogio della vongola) per le Edizioni Flammarion, 1996. Che ha consacrato la sua tesi di dottorato al surrealismo ed un libro ad André Breton.
Forse.
Ma soprattutto quelle Mémoires de basse e quelle Manières noires. Si, tutte nere.
C'est peu dire qu'on la déteste
la couleur locale
ses badigeons de coeur bavard
l'eau grasse qui déborde
aux lavoirs du jour
et toutes ces pleureuses de calvaire
ces adorateurs du sabot
nos Bretagnes à nous sont ailleurs
nos mots ont la couleur du temps sur la lande
parfois dans la basse-cour des fermes près de la grève
on a des fêtes brèves
et on se couche avec les poules
Manières noires, Apogée, 2000
E' poco dire che lo detesto,
il colore locale,
calce bianca dal cuore indiscreto,
acqua grassa che straborda
dai trogoli del giorno
e tutte le prefiche da calvario
gli adoratori dello zoccolo
le nostre Bretagne sono altrove
le nostre parole hanno il colore del tempo sulla landa
talvolta nell'aia delle fattorie prossime al greto
facciamo feste brevi
e andiamo a letto con le galline.
(libera versione di Lunastella)
Nato il 6 febbraio 1944 a Quimerc'h (Finistère), Paol Keineg studia negli anni '60 a Brest, presso l'Università della Bretagna Occidentale. Ne esce laureato in lettere e si afferma prestissimo come poeta e capofila della giovane letteratura bretone. "Le Poème du pays qui a faim", pubblicato nel 1966 per le edizioni Oswald, segna una delle espressioni migliori della contestazione di quegli anni.
Denunciando una Bretagna colonizzata, asservita, rimpicciolita, Paol Keineg opera nello spirito che si può paragonare a quello di Aimé Césaire. Ma il poeta è anche drammaturgo dal verbo possente e dalla coscienza altrettanto vivamente critica. Autore de "Le Printemps des bonnets rouges" (1974), scrive in tempi più recenti "Dieu et Madame Lagadec" o "Anna Zéro", tra il 1991 e il 2001. In ogni caso, in prosa come in poesia, è sempre lotta. La parola di Keineg pesca nei "luoghi comuni" della storia celtica per gridare, dispiegare e restituire le loro voci agli spodestati. In tutte le sue opere si scopre il lavoro di scrittura meticolosa di Keineg, la sua rabbia chiaroveggente a fior di pelle, a fior di parole. Poichè si tratta innanzi tutto di denunciare tutti i tentativi di acculturazione e di opporre alla loro violenza reale e simbolica il verbo risorto e sensibile di una Bretagna che non si piega, che si mette a nudo - e letteralmente lo fa.
V
Vert, abandonné, le jardin, lumières mouillées, merles à bec jaune, et l'ombre des arbres se dégingande en franchissant la haie. Le ciel de sauce tomate sous le couvert d'un autre ciel, bleu, plus très visible, où on devine des mouvements vertigineux. Au coeur même de la conscience, la galaxie en toile de fond. Que puis-je? Suivre des yeux le soleil et la lune, torcher une page évasive, ne plus savoir juger de rien? Dieu comme artefact littéraire se présente à l'esprit, mais ce n'est pas tout de le faire surgir par associations d'idées, muet, impalpable. Ce Dieu-là ne se sépare pas des phrases ou du bois dont il fait, dans les noeuds. Le jardin, la maison, le bourg, toujours centraux, même si l'amour de la poésie, on voit se développer des idées suspectes, la roue tourne, le moment se dépouille, plus envie de tricher aux jeux de société.
"Silva Rerum, Maurice Nadeau, 1989"
V
Verde, abbandonato, il giardino, luci bagnate, merli dal becco giallo, e l'ombra degli alberi si staglia attraversando la siepe. Il cielo di salsa al pomodoro sotto alla coperta di un altro cielo, blù, molto più visibile, dove si indovinano moti vertiginosi. Nel cuore stesso della coscienza, la galassia sulla tela dello sfondo. Cosa posso fare? Seguire con gli occhi il sole e la luna, pulire una pagina evasiva, non saper più giudicare nulla? Dio come artefatto letterario si presenta allo spirito, ma non si tratta solo di farlo sorgere per associazioni di idee, muto, impalpabile. Quel Dio non si separa dalle frasi o dal legno di cui crea, dentro ai nodi. Il giardino, la casa, il borgo, sempre centrali, se anche l'amore per la poesia, si vede a sviluppare idee sospette, la strada gira, il momento si spoglia, senza più voglia di barare ai giochi di società.
(libera versione di Lunastella)
In memoriam
George Perros
Maurice Barré
fouillés sont les vaisseaux friables
les saillants face à la rongeuse
la mer toujours nécromancienne
qui n'a souri jamais depuis
des millénaires
ni à l'aurore
ni quand au loin le haut-fourneau
dégueule en silence ses gueuses
sa lave jaune-orangé-rouge
jusqu'à l'autre certain rivage
l'homme ici prend terre et revoit
les perdrix grises à l'essor
sous un ciel infini-tourquoise
quelque part vers Wissant ou bien
le lilas survivant parmi
la mauvaise herbe et les vestiges
revient défricher son arpent
plante un pommier pour ses planètes
un peuplier pour son argent
élit séjour humain auprès
des bêtes absolues respire
l'aisselle rousse de septembre
l'odeur de la menthe froissée
(on y couchait les truites
au ventre d'or profond)
poursuit la terminable phrase
qui le porte encore qui ne dit
que soi son dessein matinal
l'aimable et le poignant chaos
qui fut
ainsi le musicien
perdue la voix tari le flot
de vers qui contait son exil
descend à la salle commune
et joue pour les autres muets
l'inopérante Inachevée
et nécessaire mélodie
(« Poésie Nº 97 », 2001)
Alla memoria di
Georges Perros
Maurice Barré
Si rivoltano i fragili vascelli
inalberati incontro all'erosione
del mare, negromante da sempre,
che non ha più sorriso da un tempo
millenario,
non all'aurora
nè quando l'altoforno, in lontananza,
vomita in silenzio colate di ghisa,
la sua lava giallo-arancio-rosso,
fino all'opposta sponda sicura
qui l'uomo prende terra e rivede
il volo delle pernici grigie
sotto un cielo di turchese infinito,
da qualche parte verso Wissant, oppure
i lillà che ancora sopravvivono,
tra l'erbaccia e le antiche rovine,
torna a dissodare il suo podere,
pianta un melo, i cui frutti son pianeti,
un pioppo dalle foglie d'argento,
elegge la sua umana dimora
accanto agli animali perfetti,
respira acetosella rossa in settembre,
l'odore della menta sbriciolata
(vi si adagiavano le trote
dal ventre d'oro profondo),
prosegue nella fugace frase
che gli porta chi ancora non dice
che il progetto della sua mattinata
sia l'amabile e straziante rumore
che fu
così il musicante,
perduta la voce, inaridito il fiotto
dei versi che narravano l'esilio,
discende nella sala comune
e suona per tutti gli altri muti
l'inoperosa Incompiuta
e necessaria melodia
(libera versione di Lunastella)
Dietro a tutti i suoi testi, compresi i più semplici e financo i più brevi, si cela la vita di un uomo, di cui si è detto che fu meditata, che libera finalmente le ansie e le speranze, la paura e la compassione. Niente di glorioso, niente di grande: un assaggio del mondo, ancora a tentoni, dove si spera, dove non si è sicuri di niente. Spesso si è vittime, talvolta si subiscono umiliazioni, si trema - e questo è tutto. Ma cosa si può chiedere di più a queste poesie dalle parole coperte se non, come già affermò Guillevic, quel "canticchiare contro la paura"? Spesso, il piacere di un linguaggio poetico semplice ma impeccabile tira i fili magici di una vera riflessione sugli oggetti del mondo.
Abitante dell'incerto catasto delle isole, sempre esposte al pericolo delle onde, Gérard Le Gouic si sofferma ancora spesso sulle rive dell'amore, sui fari, sugli scogli, sulle luci di segnalazione, sul gatto disteso mentre "nelle tenebre veglia / la fiamma senza sonno / della sua segreta vigilanza".
Di questo poeta, nato nel 1936, si leggono, tra le altre raccolte, "Poèmes de l'île et du sel" (1977), "Géographie du fleuve" (1979), "Le Marais et les jours" (1983) per le edizioni Telen Arvor, "Les Sentiments obscurs" (1996) per le edizioni Coom Breizh.
Je te déclare le vent
qui ouvre des cols dans la houle,
Je te déclare la pluie
qui dépareille les ombres,
je te déclare le printemps
qui rend les arbres fous,
et l'automne
qui lance sa poudre d'or dans les greniers.
Je te déclare la lumière,
la neige, l'arc-en-ciel,
la nuit
pour ses précises caresses.
Comme d'autres la guerre,
je te déclare la tendresse.
(da « Fermé pour cause de poésie » Edizioni Picollec, 1981)
Io ti dichiaro vento
che apre varchi alla marea,
Io ti dichiaro pioggia
che sparpaglia le ombre,
Io ti dichiaro Primavera
che rende folli gli alberi,
e autunno
che getta polvere d'oro nei granai.
Io ti dichiaro luce,
neve, arcobaleno
e notte
per le sue carezze attente.
Altri dichiarano guerra,
io ti dichiaro tenerezza.
(libera versione di Lunastella)
La douceur errante
se grave
au noir des masques
aux sillons maritimes des visages.
Les écorces translucides
reflètent
l'étendue architecturale
des accouplements
Au creux du gouffre
commence
la cérémoniale initiation.
L'éclosion furtive
du geste
introduit
d'érotiques dissonances
Le déhanchement
élevé
jusqu'aux cimes
du désir
clôt
le cercle
de la jouissance
Les membres dressés
évoluent
dans le sombre abime
des replis nocturnes
tratto da "Un état des lieux", Jacques Josse, ed. Ubacs, 1989
La dolcezza errante
intaglia
nel nero delle maschere
i solchi marittimi dei volti
Le bucce traslucide
riflettono
la distesa architettonica
degli accoppiamenti
Nel vuoto del baratro
comincia
il rito d'iniziazione.
Lo schiudersi furtivo
del gesto
introduce
erotiche dissonanze
L'ancheggiare
elevato
fino all'apice
del desiderio
chiude
il cerchio
del godimento
I falli ammaestrati
evolvono
nell'oscuro abisso
delle repliche notturne
(libera versione di Lunastella)
Nato il 14 marzo 1926, Charles Le Quintrec ha al suo attivo parecchie pubblicazioni. Questo abitante del Morbihan originario di Plescop è romanziere oltre che poeta, memorialista, diarista, critico e saggista. Numerosi premi letterari hanno salutato e ricompensato un'opera molto variegata.
La poesia di Charles Le Quintrec deve molto al suo "paese intimo" e profondo, la foresta di Brocéliande. Come tale, essa si nutre di quell'immaginario pregno di tufo, di foglie che mormorano a lungo da quella caverna di vegetazione grigioverde che sovrasta coloro che passeggiano nel sottobosco.
Uomo di grande fede, Charles Le Quintrec ancora si nutre delle parole dei Vangeli che sembrano dargli chiarezza nei tempi oscuri, offrendogli il respiro di un'aria più salubre. Così, con i piedi solidamente appoggiati alla terra forestiera che lo tiene
avvinto, ma con la testa ubriaca di stelle, Le Quintrec è soprattutto questa voce ardente che s'innalza per prestare il suo dolce calore "al fuoco delle notti che tremano".
Nella sua abbondante bibliografia, citiamo quasi a caso tra le raccolte degli anni cinquanta "Les Noces de la terre" (Edizioni
Grasset) o tra le più recenti "Jeunese de Dieu" (Edizioni Albin Michel, 1975). E non dimentichiamo la sua incantevole opera intitolata "Bretagne est Univers", per le Edizioni Ouest-France.
Ma mère
Ma mère ne sait pas jouer du piano
Les épingles du vent d'hiver percent son châle
Elle a pleuré d'être sans feu et sans étoile
Et pauvre, elle a mis le bon Dieu dans ses travaux.
Aujourd'hui, épuisée, elle dit ses matines
Au lit. Elle aime tant son long chemin de croix
Qu'elle rit en songeant aux peines d'autrefois
Humble dans ses douleurs et dans sa pèlerine.
Du lavoir au jardin, sous la pluie des ponants
Son âme est devenue tendre comme la terre
Quand elle prie les morts reprennent sa prière
Et le paradis passe au milieu des vivants.
(da « Le Noces de la Terre » Edizioni Grasset, 1958)
Mia madre
Mia madre non sa suonare il pianoforte
Spilli d'inverno pungono il suo scialle
Nel vento piange ch'è senza fuoco nè stelle
E' povera, ma al buon Dio affida la sorte.
Esausta, oggi recita il suo mattutino
Dal letto. Ama la sua lunga via di croci
Ride al ricordo delle pene trascorse
Si stringe umile nella sua pellegrina.
Dal trogolo al giardino, piogge e ponenti
La sua anima è tenera come la terra
I morti ripetono le sue preghiere
E il paradiso passa in mezzo ai viventi.
(libera versione di Lunastella)